Mappa di Vinland: un autentico rebus cartografico

È nell’autunno del 1957 che l’antiquario e collezionista di mappe antiche Laurence Witten II s’imbatté nella mappa di Vinland.

Poco ci mancò che gli prendesse un colpo, visto che di scoperte del genere capitano a un collezionista di antiche carte geografiche una sola volta nella vita (quando va bene). Sfogliando le pagine in pergamena di un volumetto del Quattrocento che conteneva la Relazione Tartara, un resoconto di un viaggio in Oriente attribuito a Giovanni da Pian del Carpine, saltò fuori la mappa che avrebbe cambiato per sempre la vita di Witten e la storia della cartografia.

Sulla pergamena un anonimo cartografo quattrocentesco aveva tracciato i confini dell’ecumene all’ora conosciuto: Europa, Africa e Asia. E fin qui nulla di strano, quello che sbalordì e allo stesso tempo non mancò di lasciare perplesso il collezionista americano, era la parte ovest della mappa di Vinland dove comparivano con precisione (alquanto sospetta, come non mancò di notare il collezionista), i confini della Groenlandia e ancora più a occidente l’isola di Terranova o forse anche il Labrador. Quest’ultima parte designata con l’appellativo di Vinland, la mitica terra delle viti e del pascolo scoperta dalla spedizione vichinga di Bjarni e Leif Erikson, tra la fine del IX secolo e l’inizio del X.

Laurence Witten II non poteva credere a quello che aveva davanti.

La mappa di Vinland
La mappa di Vinland – Yale University Press / Public domain

Quella pergamena custodita tra le pagine della Relazione Tartara rappresentava la prova inconfutabile che i norvegesi avevano raggiunto le coste dell’America del Nord giusto quattrocento anni prima che a Colombo venisse in mente di intraprendere il suo viaggio verso occidente.

Il secondo e forse più importante indizio che ci arriva dalla mappa di Vinland è che, presumibilmente, fin da prima del Quattrocento si era a conoscenza di una terra a ovest: la mappa di Vinland, infatti, è una copia medievale di un più antico portolano risalente ai viaggi che i norvegesi compirono in Groenlandia prima e successivamente sulle coste del Labrador e di Terranova tra il 985 e il 1001. I ghirigori in caratteri gotici a corredo della mappa di Vinland (in alto a sinistra) parlano chiaro, riportando, nero su bianco, queste date.

Particolare del margine superiore sinistro della mappa con la scritta Vinilandia Insula
Particolare del margine superiore sinistro della mappa con la scritta Vinilandia Insula

L’eccitazione iniziale di Witten lasciò spazio al sospetto che per un collezionista di mappe antiche va di pari passo con l’intuito, che tutta la faccenda fosse una colossale truffa orchestrata dal proprietario della mappa: l’italiano Enzo Ferrajoli de Ry.

Ritorniamo, allora, al punto di partenza, per rimettere insieme i pezzi di un rebus cartografico la cui soluzione va ben oltre gli ambiti ristretti del mondo antiquario dei libri rari e della mappe antiche.

Mappa di Vinland: la scoperta

Cosa sappiamo dell’italiano che vendette la mappa di Vinland a Laurence Witten? Poco o nulla. Ufficiale dell’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, Enzo Ferrajoli diventò mercante d’arte, specializzato in libri e manoscritti rari. Da qui l’incontro con Nicolas Rauch, antiquario svizzero e fornitore di informazioni e oggetti rari a collezionisti di mezzo mondo, tra cui Larry Witten. Rauch era capace di suscitare l’interesse dei suoi acquirenti per l’abilità con cui riusciva a scovare libri rari affidandosi a canali, molto spesso ai limiti del lecito, tra cui figuravano personaggi come il Ferrajoli. La scoperta della mappa di Vinland avvenne in questo ambiente dove una truffa poteva costare la reputazione all’antiquario coinvolto e dove si muovevano figure con pochi scrupoli e molta voglia di fare soldi.

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Simon Garfield
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Il fiuto e l’intuito rappresentavano per un collezionista come Witten, qualità essenziali e fu sulla base del proprio intuito che giudicò autentica la mappa di Vinland sborsando per mappa e Relazione Tartara 3.500 dollari (al cambio attuale ca. 320.000 dollari[1]). Non proprio noccioline.

Il ragionamento che portò Witten a concludere l’affare era tanto semplice quanto pratico. Come leggiamo nelle pagine del libro Sulle mappe di Simon Garfield (qui la nostra recensione), per realizzare una mappa come quella di Vinland sarebbero occorsi:

una pergamena antica e i giusti strumenti di scrittura,
un inchiostro preparato con certi ingredienti,
una perfetta padronanza della calligrafia
e del linguaggio dell’epoca. […]
È assai raro trovare tutte queste competenze in una persona sola.[…]
E poi c’è la questione del movente.[2]

Raro, ma non impossibile, come avrebbe dimostrato cinquant’anni dopo l’esperta di mappe antiche Kirsten A. Seaver con una suggestiva ipotesi che attribuisce la mappa di Vinland a un autore in possesso sia delle competenze tecniche che del movente: la classica smoking gun.

Rispetto alla scoperta della mappa di Vinland vale la pena segnalare un’ulteriore curiosità di cui Witten, al momento dell’acquisto, non era a conoscenza. Qualche mese prima la mappa e il manoscritto della Relazione Tartara si trovavano nelle sale del British Museum per essere studiate da R. A. Skelton e George D. Painter: il primo responsabile della sezione Mappe del museo londinese, il secondo vice responsabile della sezione Libri. La richiesta di analisi era stata motivata da un eventuale acquisto, della mappa di Vinland, da parte del collezionista Irving Davis. Alla fine, non ottenendo una conferma ufficiale sull’autenticità della mappa, Davis aveva deciso di lasciar perdere, restituendo la mappa di Vinland e la Relazione Tartara a Ferrajoli e Rauch. E così si conclude, almeno per il momento, il cerchio sulla scoperta della mappa di Vinland.

Da questo momento in poi inizierà una lunga, spesso accesa e mai conclusa diatriba tra esperti cartografi e chimici zelanti, collezionisti e prestigiose università per cercare di sciogliere il rebus della mappa di Vinland: un abile falso oppure il più grande tesoro della cartografia antica?

Mappa di Vinland: un tesoro della cartografia?

Sull’autenticità della mappa di Vinland Larry Witten non ha mai nutrito dubbi; e vorrei anche vedere. Sborsare 320mila dollari (al cambio attuale) per una contraffazione moderna, sarebbe un duro colpo anche per l’orgoglio più corazzato, di cui i collezionisti sono comunque ben equipaggiati. Per quanto fiuto e intuito facciano parte delle doti di ogni cercatore di libri antichi, la certezza di Witten, sull’autenticità della mappa di Vinland, sarebbe stata supportata, al suo ritorno negli Stati Uniti, da prove ben più convincenti.

La prima ottenuta, in via fortuita, dall’amico Tom Marston nel 1958. Non proprio l’ultimo arrivato in fatto di antichità, in quanto curatore della sezione di Letteratura medievale e rinascimentale presso la biblioteca dell’Università di Yale. Morston inviò a Witten una serie di manoscritti antichi tra cui compariva anche lo Speculum Historiale risalente con tutta probabilità al XV secolo. La scrittura in gotico dell’opera, si rivelò per Larry Witten, un utile metro di paragone per la calligrafia, nel medesimo stile, presente sulla mappa di Vinland. Ma a questo punto entra in gioco un elemento decisivo: i buchi dei tarli presenti sull’antica mappa di Vinland che coincidevano alla perfezione con quelli trovati sullo Speculum. Non solo, sul retro della mappa compariva anche la scritta Speculum, su cui Witten aveva congetturato fin dalla sua scoperta, cercando di capire a quale opera l’anonimo redattore della mappa si riferisse. Inutile dire che le dimensioni dell’opera e quelle della mappa erano le stesse: 27,8 X 41 centimetri.

Insomma, una fortunata serie di coincidenze consentirono a Witten, un anno  dopo la scoperta della mappa di Vinland, di risalire all’opera originaria di cui faceva parte: lo Speculum Historiale.

Il filantropo Paul Mellon, sostenitore dell'autenticità della mappa
Il filantropo Paul Mellon, sostenitore dell’autenticità della mappa di Vinland – Wikipedia / CC BY-SA 3.0

È a questo punto che entra in gioco un terzo personaggio: il filantropo Paul Mellon, ex studente di Yale e sincero sostenitore dell’autenticità della mappa. Fu lui ad acquistarla per la cifra di 300mila dollari (ca. $ 2.600.000 al valore attuale[3]) dalla famiglia Witten e a cederla all’Università di Yale. Negli anni successivi il clamore suscitato dalla mappa di Vinland attirò non pochi sostenitori d’eccezione tra cui gli stessi Skelton e Painter che nel 1957 avevano per primi analizzato la mappa.

Difficile immaginare l’eco mediatica suscitata negli anni Sessanta dalla mappa di Vinland, una piccola pergamena capace di mettere in discussione il primato attribuito a Cristoforo Colombo.

L’interno della Beinecke Library (Yale) dove nell’ottobre del 1965 venne esposta per la prima volta la Mappa di Vinland
L’interno della Beinecke Library (Yale) dove nell’ottobre del 1965 venne esposta per la prima volta la Mappa di Vinland – Michael Kastelic / CC BY-SA

Bisogna anche pensare che negli anni ‘60 le ricerche condotte ad Insle aux medaow, primo insediamento norvegese scoperto in America, erano ancora in corso e ritrovare nero su bianco, la prova inconfutabile del primato marittimo vichingo sui navigatori del Mediterraneo scatenò un tifo da stadio tra i sostenitori dell’autenticità e i suoi detrattori. I primi avrebbero ricevuto nel 1974 un montante da KO; da cui si sarebbero ripresi solo una decina di anni più tardi.

Oppure un falso moderno?

All’epoca in cui la mappa di Vinland fu scoperta da Witten, la conferma dell’autenticità di un manoscritto antico si basava, sull’intuito dello scopritore, elemento non decisivo e piuttosto di parte e su analisi storiche e comparative della calligrafia. Occorsero così una decina d’anni, prima che nel 1974 le innovazioni nel campo della microscopia consentissero alla McCrone Associates di effettuare un’analisi dell’inchiostro presente sulla mappa. La quantità di anatasio, un pigmento puro del biossido di titanio rilevato nei campioni prelevati, dette la botta finale ai sostenitori dell’autenticità: la presenza massiccia di anatasio collocava, senza alcun dubbio, la mappa di Vinland a non prima degli anni venti del Novecento. La quantità di questo elemento era infatti incompatibile con gli inchiostri medievali.

Fine della storia? Nient’affatto, i decenni successivi videro un botta e risposta tra l’una e l’altra fazione.

Nel 1985 l’analisi del Laboratorio Nucleare Crocker mise in dubbio l’affidabilità delle ricerche precedenti: le tracce di biossido di titanio non erano rappresentative di tutto l’inchiostro presente sulla mappa. A riprova di questo il fatto che quantità superiori di anatasio erano state rilevate nella Bibbia di Gutenberg. Questo non voleva dire, come si affrettarono a sottolineare gli autori dello studio, che la mappa di Vinland fosse autentica, ma solo che era stato impiegato per la sua realizzazione un inchiostro compatibile con quelli utilizzati nel Medioevo.

Altre prove decisive a sostegno dell’ipotesi di un falso moderno sarebbero arrivate nel 2002 con la ricerca pubblicata sulla rivista Analytical Chemistry[4] che si concentrò ancora una volta, ma con mezzi più avanzati, sulla quantità di biossido di titanio presente sulla mappa. E nello stesso anno è la ricercatrice Kirsten A. Seaver, esperta di mappe antiche, ad avanzare l’ipotesi più suggestiva circa l’autore della mappa di Vinland, corroborando l’ipotesi di un falso moderno.

Gli indizi portati dalla Seaver a sostegno della sua teoria, stringono il cerchio attorno alla figura di Joseph Fischer, gesuita, esperto di cartografia e mappe antiche. Un’autorità in materia, a cui si deve la scoperta della mappa perduta di Martin Waldseemuller, scomparsa dal 1507 e scovata da Fischer nella biblioteca del Castello di Wolfegg nel Württemberg. Una mappa mica da poco, visto che vi compariva per la prima volta il termine America e per il cui acquisto, nel 2002, la Library of Congress avrebbe sborsato 10milioni di dollari.

Il Collegio Stella Matutina a Feldkirch dove Joseph Fischer insegnò fino al 1938
Il Collegio Stella Matutina a Feldkirch dove Joseph Fischer insegnò fino al 1938 – Photo by Böhringer Friedrich / CC BY-SA 3.0 AT

Joseph Fischer aveva in sé tutte quelle competenze che alla scoperta della mappa di Vinland, Larry Witten riteneva impossibili per una sola persona.

Mancava la motivazione, ma anche per questa la Seaver aveva una soluzione. Il cartografo gesuita avrebbe realizzato la mappa di Vinland per prendersi gioco delle teorie naziste di superiorità ariana. Fu proprio a causa dell’occupazione tedesca dell’Austria che Fischer fu costretto ad abbandonare la sua cattedra di Storia e Geografia presso il collegio Stella Matutina a Feldkirch, in Austria. La mappa di Vinland sarebbe stata sì la prova che i norvegesi di stirpe ariana avevano per primi scoperto l’America, ma, come leggiamo sulla mappa di Vinland, ad accompagnarli nell’esplorazione delle nuove terre ad ovest era stato il vescovo Eric di Groenlandia che aveva preso possesso dei nuovi insediamenti in nome di Dio Onnipotente[5] confermando il primato della Chiesa di Roma sull’ideologia ariana. Come dire: anche questa volta siamo arrivati prima noi.

Se la motivazione vi appare alquanto nebulosa, siete in buona compagnia, ma c’è da dire che le ragioni a sostegno dell’ipotesi della Seaver fanno leva su un’approfondita conoscenza della personalità del Fischer e sul modo in cui un erudito gesuita avrebbe potuto farsi beffe degli odiati nazisti.

Mappa di Vinland: a che punto siamo

A fugare ogni dubbio sull’autenticità della mappa di Vinland, con una lapidaria affermazione, è stato nel 2011 Paul Freedman, professore di storia presso l’Università di Yale: The Vinland map […] is unfortunately a fake[6].

Errore pensare che la faccenda sia finita qui. In un paper del 2012 la dottoressa Jacqueline S. Oilin non solo confermava l’attribuzione medievale dell’inchiostro presente sulla mappa di Vinland, ma invitava gli studiosi a continuare le ricerche per determinare l’origine della mappa e dei manoscritti che l’accompagnavano: la Relazione Tartara e lo Speculum Historiale. Come leggiamo nel report: Further research is needed regarding the provenance of the Vinland Map and the documents that are proposed to have been bound with it in the 15th century[7], auspicando anche ulteriori ricerche sull’inchiostro e sulla pergamena.

Anche se, come nella suggestiva ipotesi della Seaver, non è detto che inchiostro medievale + pergamena medievale diano come risultato una mappa di origine medievale, se di mezzo ci sono personaggi come Joseph Fischer. E non è neppure detto che questa sia la verità.

Quello che è certo è che le ricerche archeologiche condotte ad Anse aux Meadows, il primo insediamento vichingo scoperto a Terranova, hanno in qualche misura reso meno stringente la necessità di prove a sostegno del viaggio di Leif Eriksson verso la mitica Terra di Vinland. Se ne parla sempre meno, della mappa di Vinland, eppure rimane la testimonianza di quanto una carta geografica possa accendere passioni e diatribe così intense e profonde da trovare spazio nel mondo quotidiano di chi, le mappe, le usa solo per trovare il percorso più veloce per raggiungere una destinazione.

Poco importa se la mappa di Vinland sia autentica o meno, del Quattrocento o dei primi anni ‘20 del Novecento. Perché in entrambi i casi ha raccontato una storia a cui molti non volevano credere: che 400 anni prima di Colombo altri avventurieri, prima di lui, avessero scoperto le coste dell’America Settentrionale. Forse il sogno di un gesuita arrabbiato, o l’autentica testimonianza di un antico portolano, la mappa di Vinland racconta un viaggio che oggi, dalle prove archeologiche, sappiamo essere realmente avvenuto.

Le coste settentrionali dell’isola di Terranova nei pressi del sito archelogico di Anse aux Meadows
Le coste settentrionali dell’isola di Terranova nei pressi del sito archelogico di Anse aux Meadows – Michel Rathwell from Cornwall, Canada / CC BY

Note

1 Per il tasso storico di cambio (1957-2020) cfr. il seguente link: https://fxtop.com/it/conversione-valute-passato.php?A=35000&C1=USD&C2=USD&DD=24&MM=10&YYYY=1957&B=1&P=&I=1&btnOK=Cerca

2 S. Garfield, Sulle mappe. Il mondo come lo disegniamo, TEA, 2018, pagina 92.

3 Per il tasso storico di cambio (1960-2020) cfr. il seguente link: https://fxtop.com/it/conversione-valute-passato.php?A=300000&C1=USD&C2=EUR&DD=24&MM=10&YYYY=1960&B=1&P=&I=1&btnOK=Cerca

4 Kathrine L. Brown e Robin J. H. Clark, Analysis of Pigmentary Materials on the Vinland Map and Tartar Relation by Raman Microprobe Spectroscopy, in Analytical Chemistry, 25 giugno 2002.

5 Per l’iscrizione completa cfr. S. Garfield, Sulle mappe, TEA, 2018, pagina 91.

6 Paul Freedman, Open Yale Courses, The Early Middle Ages, consultato 11 maggio 2020, da   https://web.archive.org/web/20140827104029/http://oyc.yale.edu/transcript/1246/hist-210

7 Jacqueline S. Oilin, Evidence that the Vinland Map Was Drawn Using an Iron Gall Ink: The Continuing Need for Further Research, consultato 11 maggio 2020, da https://www.researchgate.net/publication/273751558_Evidence_that_the_Vinland_Map_Was_Drawn_Using_an_Iron_Gall_Ink_The_Continuing_Need_for_Further_Research

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