Isole fantasma: la geografia fantastica delle antiche mappe geografiche

Facile liquidare tutta la faccenda come illusioni o miraggi. Più difficile seguire le tracce delle isole fantasma nelle tante carte geografiche, portolani e antichi planisferi che ne testimoniano la presenza. Al pari dei mostri medievali e degli animali leggendari che ne affollavano i bestiari, quella delle isole fantasma è una mappa suggestiva delle illusioni umane. Una geografia fantastica dove si mescolano abbagli colossali e banali refusi in un intrico di coordinate di cui spesso è difficile stabilire la localizzazione.

Carta marina

Scomparse dalle mappe moderne le isole fantasma riappaiono come elementi di una geografia liquida alimentata dai sogni di avventurieri ed esploratori, cresciuta nei racconti di viaggio di mariani e capitani, nutrita dell’immaginario collettivo di coloro che restavano a terra, al sicuro nelle loro case pronti a fantasticare, oggi, come allora, su isole sconosciute all’altro capo del mondo.

Isola dei demoni

Quello che resta oggi dell’isola dei demoni è un nome evocativo e qualche  traccia, scarsa, nelle mappe del XVI secolo. La vediamo comparire nel mare del Labrador, tra Terranova e la Groenlandia, nelle carte di Caboto e in quelle di Mercatore e Ortelius, per perderne le tracce nel secolo successivo, quando, dell’isola dei demoni, non rimarranno altro che leggende. Le stesse che avevano contribuito ad alimentarne la fama, tutt’altro che rassicurante.

Merito, soprattutto, della fantasia di un frate francescano, tale André Thevet che nella sua Cosmographie Universelle (1575) racconta la storia della nobildonna Marguerite de La Rocque[1], abbandonata sull’isola dei demoni dallo zio che ne aveva scoperta la tresca con un marinaio.

L'isola fantasma nota come "isola dei demoni"
L’isola dei demoni

Il Thevet assicura la veridicità del racconto, ascoltato, a suo dire, dalla voce stessa dell’aristocratica, messa in salvo due anni dopo da un’imbarcazione di marinai baschi. Vale la pena notare che nei resoconti veritieri del francescano sulle terre al di là dell’Atlantico compaiono anche, con grande disinvoltura, unicorni, giganti, grifoni e sirene. Che non fosse un luogo dove trascorrere una vacanza è testimoniato dagli stessi navigatori norreni che avevano raggiunto queste terre ben prima di Caboto, segnalando la pericolosità delle acque antistanti l’isola di Terranova: tempeste, maelstrom e correnti impetuose.

Isola di Satanaxio

Un secolo prima che André Thevet mettesse mano alla sua storia, un’altra isola demoniaca, quella di Satanaxio, appariva sul portolano del veneziano Giovanni Pizzigano a ovest delle Azzorre. Conosciuta anche come isola dei diavoli o della Mano di Satana, godeva di una fama così sinistra e seducente, che importanti cartografi del XV secolo non trovarono strano inserirla nei loro portolani. La troviamo nelle mappe di Battista Beccario (1435), in quelle di Pedro Roselli e di Andrea Bianco, un’isola fantasma la cui collocazione è sempre sfuggente, per scomparire a seguito dei viaggi di Colombo e riapparire in altra veste, nel secolo successivo, come Isola dei demoni.

Mappa di Giovanni Pizzigano (1424) con l’isola di Satanaxio in blu
Mappa di Giovanni Pizzigano (1424) con l’isola di Satanaxio in blu – credits: David Rumsey Map Collection

Alla fama sinistra dell’isola potrebbero aver contribuito i racconti dei viaggi di esplorazione norreni verso Terranova e la Groenlandia, ripresi con entusiasmo da Giovanni Pizzigano e dai cartografi successivi. I diavoli dell’isola non sarebbero stati altro che gli Skraeling[2], nome con cui i marinai norreni designarono i popoli indigeni incontrati lungo le coste dell’Atlantico occidentale. Il toponimo Mano di Satana potrebbe invece riferirsi, con un certo pathos drammaturgico, ai tanti iceberg presenti in queste acque e causa di frequenti naufragi. Un’ulteriore ipotesi, suggerita dall’esploratore ottocentesco Nils Nordenskiöld, riconduce il nome Satanaxio al basco Santanagio (Sant’Anastasio), attribuendo ai marinai iberici una possibile scoperta dei territori nordamericani decenni prima dei viaggi di Caboto.

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Antilia

Considerata come il contrappunto simbolico all’isola dei demoni, la scoperta di Antilia viene fatta risalire all’VIII secolo d. C. quando a seguito dell’invasione moresca del Portogallo, sette vescovi fuggirono a bordo di un’imbarcazione raggiungendone sani e salvi le coste. Ad Antilia ognuno di loro fondò una città d’oro, da cui l’altro nome con cui è conosciuta: Isola delle Sette Città. La leggenda si era talmente radicata nell’immaginario medievale che nel 1452 Enrico il Navigatore affidò al capitano Diogo de Teive il compito di ritrovare l’isola[3]. Una trentina d’anni dopo Giovanni II del Portogallo ripeté il tentativo incaricando della sua localizzazione Fernão Dulmo. Ma anche in questo caso non trovarono che acqua. Tanta acqua.

Mappa di Giovanni Pizzigano (1424) con l’isola di Antilia in rosso
Mappa di Giovanni Pizzigano (1424) con l’isola di Antilia in rosso – credits: David Rumsey Map Collection

Il perché di questi tentativi è riconducibile ad alcuni errori cartografici dell’epoca. La sottovalutazione della lunghezza della circonferenza terrestre,  abbaglio in cui incorrerà lo stesso Colombo e la certezza che oltre l’Atlantico ci fosse il Cipangu (Giappone) impose Antilia all’attenzione del Portogallo come possibile scalo commerciale d’importanza strategica. All’appeal di Antilia contribuirono poi la sua immacolata santità, i suoi sette vescovi e la suggestione dell’oro che è sempre un ottimo incentivo quando si tratta di motivare gli animi. A occuparsi di quest’isola fantasma lo stesso Fernando Colombo, secondogenito di Cristoforo, che con precisione sospetta daterà l’arrivo dei sette vescovi al 714, mentre con maggiore prudenza il marinaio Eustache de La Fosse spiegherà che l’isola non può essere trovata perché protetta da un incantesimo che la rendeva invisibile.

Isola di California

Che per due secoli la California sia stata rappresentata come un’isola è documentato dalle tante mappe e portolani circolati in Europa tra il XVII e il XVIII secolo e realizzati dai più importanti cartografi del tempo[4]. Un abbaglio piuttosto palese e irritante se per risolverlo dovette intervenire lo stesso Ferdinando IV di Spagna che nel 1747, con decreto ufficiale e intransigenza reale, stabilì che: La California non è un’isola.

L’origine dell’errore è da ricondursi al resoconto del viaggio compiuto dal diplomatico spagnolo Sebastián Vizcaíno che nel 1602 descriverà le coste dell’isola di California bagnate da un mare simile al Mediterraneo.

Mappa della California insulare
Mappa della California insulare, Nicolas de Fer (1720) – credits: David Ramsey Map Collection

La faccenda si presenta ancora più curiosa se guardiamo alle mappe precedenti questa data dove l’isola appare nella sua giusta collocazione peninsulare, ma non priva di dettagli leggendari. Nella novella Las sergas de Esplandián (1510) il poeta spagnolo Garcia Rodríguez de Montalvo raccontava di una terra nelle indie occidentali abitata da una popolazione di Amazzoni, ricchissima di oro e governata da una regina di nome Califia. Tanto bastò a Hernán Cortés per spingerlo a organizzare una spedizione, guidata dal cugino Diego de Becerra, alla ricerca di questa terra leggendaria. Spedizioni successive confermarono che si trattava di una penisola, che di donne guerriere non c’era traccia al pari delle strade e dei tetti ricoperti d’oro. Per sessant’anni la California sarebbe rimasta unita al continente americano, fino a quando nel 1622, in una mappa realizzata da Michiel Colijn, acquisterà il suo status insulare che manterrà fino al 1747.

Isola di San Brandano

Tra le isole fantasma presenti in questa lista quella di San Brandano stupisce per la sua irrequietezza geografica, spostandosi per oltre quattro secoli in ogni angolo dell’Atlantico settentrionale. Di volta in volta identificata con le isole Canarie, con le Azzorre, oppure a latitudini più settentrionali, con le Fær Øer o addirittura con l’Islanda, la sua presenza è immancabile nei più importanti planisferi medievali. La troviamo nella mappa mundi di Hereford o in quella del Toscanelli realizzata per il re del Portogallo. Nel XVI secolo compare nel Theatrum Orbis Terrarum di Ortelius, così come nell’Atlas Cosmographicae di Mercatore, testimoniando la resistenza di una storia difficile da liquidare.

Isola di San Brandano, una delle più famose isole fantasma
Isola di San Brandano

La Navigatio Sancti Brendani (Navigazione di San Brendano) racconta del viaggio compiuto dall’abate Brandano, originario dell’Irlanda, alla ricerca di un’isola misteriosa, perfetta Terra dei Santi, identificabile con il Paradiso Terrestre. La storia, tramandata a partire dal X secolo, è un’antologia del meglio del folclore irlandese, intessuto di elementi tratti dalla tradizione biblica. Celebre l’incontro tra Brandano e i confratelli che lo accompagnarono nel viaggio, con il mostro marino zaratan[5], grande quanto un’isola e sulla cui schiena si fermarono per celebrare la Pasqua.

Nonostante i dubbi sulla sua reale esistenza il successo dell’opera fu tale, nei secoli successivi, che l’isola continuò a navigare da un atlante all’altro fino a Settecento inoltrato, quando l’intensificarsi della navigazione atlantica sposterà definitivamente l’isola di San Brandano dalle mappe alla fantasia.

Terra di Crocker

Impegnato in una spedizione diretta al Polo Nord, l’esploratore statunitense Robert E. Peary raggiunse, nel giugno del 1906, capo Thomas Hubbard, il punto più settentrionale dell’isola di Axel Heiberg in Canada. È dalla sommità di questo promontorio che, in un momento di riposo, avvista, in direzione nord-ovest, una gigantesca massa di terra scintillare in lontananza. Al suo ritorno negli Stati Uniti la notizia dell’avvistamento fa il giro dei salotti buoni e di quelli ancora migliori del banchiere George Crocker che aveva finanziato la spedizione e in onore del quale verrà battezzata Terra di Crocker. Il suo sponsor, colpito dalla scoperta, finanzierà nel 1908 il successivo viaggio di Peary. Obiettivo: essere il primo uomo a raggiungere il Polo Nord.

Localizzazione dell'isola fantasma nota come Terra di Crocket sulla pagina del New York Tribune (11 maggio 1913)
Localizzazione della Terra di Crocket sulla pagina del New York Tribune (11 maggio 1913) – fonte

Fin qui quello che sostenne Peary una volta tornato a New York. La faccenda risulta quantomeno sospetta se guardiamo alle pagine del suo diario dove, alla data dell’avvistamento, compare la frase Nessuna terra in vista. L’unica prova a sostegno dell’esploratore sono l’entusiasmo con il quale aveva comunicato la notizia e l’impegno a scoprire, nel suo secondo viaggio, la precisa localizzazione della Terra di Crocker. Se Peary abbia mentito consapevolmente, per ottenere i fondi necessari alla sua nuova spedizione o se fosse stato vittima di una Fata Morgana è difficile da stabilire. Quello che è certo è che non fece nulla per impedire la spedizione del 1913, allestita e sostenuta dallo stesso Peary con l’obiettivo di raggiungere la Terra di Crocker.

Illustrazione dal San Francisco Call (27 luglio 1913) della Terra di Crocker, un'isola fantasma
Illustrazione dal San Francisco Call (27 luglio 1913) – fonte

A capo della missione Donald MacMillian, luogotenente di Peary e convinto sostenitore della veridicità dell’avvistamento. Walter E. Ekblaw che parteciperà alla missione in qualità di geologo, la descriverà al suo ritorno in patria come una delle più oscure e deplorevoli tragedie negli annali dell’esplorazione artica[6], un viaggio partito male e finito ancora peggio. I membri della spedizione saranno vittime, al pari dello stesso Peary dieci anni prima, di avvistamenti di terre fantasma. Montagne, valli e colline appariranno dal nulla davanti ai loro occhi, come nuove terre di Crocker. E  solo grazie all’aiuto delle loro guide inuit eviteranno di cadere nell’illusione.

Per tre anni intrappolati dalle avverse condizioni meteorologiche nella Groenlandia settentrionale potranno rientrare negli Stati Uniti solo nel 1917 portando con loro una mole impressionante di reperti, tra ricerche antropologiche, manufatti, pellicce e campioni animali e vegetali. La Terra di Crocker è ancora là da qualche parte nel freddo mare dell’artico.

Isola di Zanara

La controversa storia dell’isola di Zanara inizia nel XVI secolo quando appare per la prima volta in una carta geografica realizzata da Gerardo Mercatore. Nei successivi duecento anni, l’ubicazione dell’isola nell’arcipelago Toscano, tra il Giglio e Giannutri, verrà confermata da numerosi cartografi, alimentando la leggenda di quest’isola fantasma. Al pari di Ferdinandea, apparsa in Sicilia nel giugno del 1831 e inabissatasi pochi mesi dopo, l’isola di Zanara potrebbe aver avuto una sorte simile, per quanto la persistenza per più di due secoli sulle carte geografiche del Granducato lasci supporre un più banale errore cartografico.

Mappa in cui è presente Zanara, l'isola fantasma dell'Arcipelago Toscano
Particolare della mappa Tuscia. Per Gerardum Mercatorem Cum Privilegio (1623) – credits: David Rumsey Map Collection

Un refuso che, complice la poca accuratezza dei cartografi, potrebbe aver alimentato negli anni la fama dell’isola fantasma. A complicare le cose, però, un ulteriore elemento leggendario, tramandato dai racconti popolari, che chiama in causa Zanara come luogo di sosta di San Mamiliano (V secolo d. C.) nel suo viaggio verso Montecristo. Il santo patrono dell’isola del Giglio avrebbe infatti attraccato sulle coste di Zanara, confermandone così l’esistenza. Una storia intrigante, certo, ma che sfortunatamente non trova riscontri negli archivi del Granducato.

Questo articolo non sarebbe stato possibile
senza la lettura del libro
che vedete qui in basso

un ottimo punto di partenza per proseguire l’esplorazione
di nuove isole fantasma
e sostenere le ricerche di Terra Incognita

L’atlante immaginario
Edward Brooke-Hitching
Quando le mappe raccontavano sogni, miti e invenzioni

Note

1 Marguerite de La Rocque de Roberval, Wikipedia L’enciclopedia libera, 21 dicembre 2021, da https://it.wikipedia.org/wiki/Marguerite_de_La_Rocque

2  Skraeling, Wikipedia L’enciclopedia libera, 21 dicembre 2021, da https://it.wikipedia.org/wiki/Skr%C3%A6ling

3 E. Brooke-Hitching, L’atlante immaginario, Mondadori 2017

4 California as an Island in maps, Stanford, da https://exhibits.stanford.edu/california-as-an-island/feature/history

5 Aspidochelone, Wikipedia L’enciclopedia libera, 21 dicembre 2021, da https://it.wikipedia.org/wiki/Aspidochelone

6 E. Brooke-Hitching, L’atlante immaginario, Mondadori 2017

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