La conquista dell’Everest: il primo scalatore, le spedizioni storiche, i record

Per fare una lista di tutti gli scalatori dell’Everest bisognerebbe creare una piccola enciclopedia. Dalla prima conquista dell’Everest, realizzata nel 1953 da Hillary e Norgay, a oggi, quasi 6000 persone hanno raggiunto la vetta[1]. Tra questi, ci sono uomini e donne che hanno realizzato vere e proprie imprese rimaste nella storia dell’alpinismo, ma anche semplici appassionati che hanno raggiunto la vetta in spedizioni commerciali, accompagnati da guide. Ecco perché solo in pochi saranno inclusi in questa lista dei più grandi scalatori dell’Everest.

È solo nel secolo scorso, nei primi decenni del ventesimo secolo, che l’umanità ha immaginato di poter conquistare la vetta più alta del pianeta. Dopo che Robert Peary raggiunse il Polo Nord nel 1909 e gli esploratori dell’Antartide misero piede sul Polo Sud nel 1911, l’Everest divenne l’ultima grande terra incognita, il cosiddetto terzo polo[2], posto quasi a metà strada tra Artide e Antartide. Spesso lo dimentichiamo, ma la più alta vetta himalayana è posizionata a poco meno di 28 gradi di latitudine nord, più o meno la stessa di una località balneare come Sharm el-Sheikh. Di fatto, l’Everest è poco sopra i tropici.

L'Everest è poco sopra i tropici e questo lo rende ancora più difficile da scalare
L’Everest, la montagna più alta da scalare, è situata poco sopra i tropici

Dai primi tentativi di George Mallory negli anni ’20 del ventesimo secolo fino a oggi, gli assalti alla vetta sono stati lanciati sia dal versante tibetano sia da quello nepalese, ma è da quest’ultimo che avviene la maggior parte dei tentativi di ascesa. Il percorso dal campo base nepalese è tecnicamente più facile, anche se per arrivarvi occorre un trekking di alcuni giorni[3], in cui si passa dal freddo pungente della notte al caldo di mezzogiorno con il sole quasi tropicale che mette a dura prova la pelle. Ma la parte più difficile, naturalmente, è quella che inizia al campo base, a oltre 5600 metri di quota sul versante nepalese.


Da qui gli scalatori devono affrontare condizioni sempre più proibitive e dure per l’organismo e oltre i 7600 metri circa si entra nella cosiddetta zona della morte, un’altitudine oltre la quale la vita umana non è sostenibile a lungo. Ci sono i rischi legati ai crepacci, alla caduta massi, ai terremoti, al vento, alla corrente a getto che spazza la vetta e ai cambiamenti meteo che possono essere repentini. E i rischi legati alla mente, che in condizioni di bassa concentrazione di ossigeno, anche con l’aiuto delle bombole, perde pericolosamente lucidità. Questi sono alcuni dei motivi che hanno reso la conquista della vetta così difficile e che ci possono far intuire la rischiosità, la grandezza, la razionalità e l’irrazionalità delle imprese degli scalatori dell’Everest, la cui ascesa può diventare una vera e propria ossessione, a volte fatale.

Edmund Hillary e Tenzing Norgay

È difficile stimare la grandezza di un’impresa alpina, ma quella del neozelandese Edmund Hillary e dello sherpa Tenzing Norgay ha segnato la più importante svolta nella storia dell’alpinismo himalayano. Dopo decenni di spedizioni fallite e di tentativi in solitaria andati a vuoto, nel 1953 la montagna più alta del pianeta si è lasciata scalare dai due alpinisti.

Edmund Hillary e Tenzing Norgay, i primi scalatori dell'Everest
Edmund Hillary e Tenzing Norgay, i primi scalatori dell’Everest – Jamling Tenzing Norgay / CC BY-SA

Di professione apicoltore, Hillary aveva viaggiato per la prima volta sull’Himalaya nel 1951 come parte di una spedizione guidata dal britannico Eric Shipton che esplorò, tra le altre cose, la pericolosa cascata di ghiaccio del Khumbu. Gli fu chiesto di tornare sull’Everest nel 1953 per la nona spedizione britannica sulla montagna himalayana, guidata dall’ufficiale britannico John Hunt. Questi aveva pianificato tre assalti alla vetta, ognuno da compiersi da una coppia di alpinisti. Il primo fu condotto dall’inglese Wilfrid Noyce e dallo sherpa Annullu, che raggiunsero la quota di 8750 metri, prima di dover tornare indietro. Venne quindi il turno della coppia più determinata e in forma, composta da Hillary e Tenzing. I due giunsero fino a 8790 metri quando, a meno di 60 metri dalla meta, si trovarono di fronte a un gradone che presentava difficoltà tecniche elevate, le più impegnative che esistano sulla via normale dell’Everest. Hillary riuscì a superarlo – questo gradone sulla cresta sommitale prese poi il nome di Hillary Step[4] – e insieme a Tenzing raggiunse alle 11:30 del 29 maggio 1953 il punto più alto del pianeta, a quota 8848 metri.

Tempo di scattare alcune foto, seppellire alcuni dolci e una croce sotto la neve, i due iniziarono la discesa dopo 15 minuti di sosta sulla vetta. La prima persona che incontrarono fu George Lowe, che stava salendo per andare incontro a loro; quando Hillary lo vide esclamò:

Well George, we knocked the bastard off!

La notizia del successo della spedizione britannica giunse in patria il 1 giugno alla vigilia dell’incoronazione della Regina Elisabetta II, e il Times ne diede notizia il 2 giugno.

Ci furono speculazioni su chi mise effettivamente il primo ad arrivare tra Hillary e Tenzing, ma i due fecero un patto per non rivelarlo, per loro non aveva importanza chi avesse messo piede per primo sulla vetta. Questo rese probabilmente ancora più grandi i primi due scalatori dell’Everest. Negli anni seguenti Hillary continuò a sostenere che avevano raggiunto la vetta nello stesso momento, Tenzing nella sua autobiografia rivelò che il primo a salire fu Hillary.

Reinhold Messner, primo scalatore dell’Everest senza ossigeno

Reinhold Messner viene spesso citato come il più grande scalatore di tutti i tempi, o quanto meno come il più autorevole e completo scalatore dell’era moderna [5]. Ha scalato montagne di tutti i continenti, ha esplorato l’Antartide e il deserto del Gobi, ma la sua grandezza è legata alle sue imprese sulle vette himalayane e in particolare sull’Everest.

Reinhold Messner, il primo ad aver scalato l'Everest senza ossigeno e in solitaria
Reinhold Messner, il primo ad aver scalato l’Everest senza ossigeno e in solitaria – Jaan Künnap / CC BY-SA

Innovatore e tradizionalista, provocatore e dallo spirito ecologista, negli anni ’70 iniziò la sua battaglia per affermare un alpinismo basato su fair means. Un alpinismo fondato sulla responsabilità individuale e su pochi mezzi, per mettere lo scalatore di fronte ai rischi della montagna, delle proprie scelte e ai propri limiti. Messner lanciò la sfida per raggiungere la vetta dell’Everest senza l’aiuto dell’ossigeno, impresa considerata fino ad allora impossibile. Venticinque anni dopo la conquista della vetta da parte di Hillary, l’8 maggio del 1978 l’italiano Reinhold Messner e l’austriaco Peter Habeler furono i primi uomini a raggiungere la vetta dell’Everest senza l’ausilio supplementare dell’ossigeno.

L’impresa di Messner e Habeler suscitò polemiche, in molti continuavano a sostenere che fosse impossibile per l’organismo umano raggiungere gli 8848 metri di altitudine senza l’aiuto di ossigeno supplementare, al punto che i due furono accusati di aver usato di nascosto delle mini bombole. Messner respinse le accuse spingendosi ancora oltre. Due anni dopo tentò la prima scalata in solitaria dell’Everest, questa volta dal versante nord. Per giorni fu nella solitudine più assoluta, finì in un crepaccio atterrando su un terrazzino instabile con sotto un vuoto di decine di metri, eppure riuscì a uscirne e a continuare verso la vetta. Solo con se stesso, unico responsabile e sostenitore delle sue decisioni in un ambiente ostile alla vita umana, il 20 agosto 1980 Messner era di nuovo in cima al monte Everest: il primo ad arrivarci in solitaria, il primo ad arrivarci senza ossigeno. Forse la più grande impresa di sempre sull’Everest.

George Mallory e le prime spedizioni inglesi

Quando all’alpinista britannico George Mallory, in viaggio negli Stati Uniti nel 1923, fu chiesto perché voleva scalare il monte Everest, la sua risposta fu:

Because it’s there[6]

George Mallory non riuscì mai a conquistare la più alta vetta himalayana, eppure rimane uno dei più grandi scalatori dell’Everest. Fu l’elemento carismatico delle prime spedizioni sull’Everest e la sua storia, il suo mito, ispirarono generazioni di scalatori, Edmund Hillary compreso.

George Mallory, spedizione EVerest 1921
George Mallory, seduto, il primo da sinistra. Foto della spedizione del 1921, scattata a circa 5300 metri di altitudine.

Mallory partecipò alla prima spedizione britannica del 1921, che aveva per lo più uno scopo di ricognizione. Quell’anno il governo tibetano aveva aperto i confini del paese, consentendo l’ingresso di stranieri, mentre il Nepal continuava la sua politica di chiusura. All’epoca, arrivare all’area che sarebbe poi diventata il campo base del versante nord, non era una passeggiata. Si doveva prima raggiungere in treno la cittadina indiana di Darjeeling – dove, nel periodo imperiale, gli inglesi trovavano rifugio dall’afa di Calcutta – e da qui proseguire a piedi per quasi 650 chilometri solo per giungere ai piedi dell’Everest. Nel 1921 la squadra di Mallory riuscì a raggiungere il Colle Nord (7021 metri), ma il primo vero tentativo di scalata avvenne l’anno successivo, quando fu superata quota 8000 per la prima volta nella storia e due colleghi di Mallory si spinsero fino a 8320 metri, usando l’ossigeno.


Al ritorno in patria, George Mallory era una celebrità. La sua fama era legata non solo alle sue imprese, ma anche al fascino che sprigionava. Non era solo un alpinista, era un idealista, aveva una sensibilità romantica e insieme ai compagni di scalata, mentre erano accampati sulle pendici dell’Everest, leggeva ad alta voce passi dell’Amleto e del Re Lear. Un personaggio come lui non poteva non partecipare alla terza spedizione britannica, che avvenne nel 1924. Ci fu un primo tentativo di assalto all’Everest il 2 giugno, senza successo; il 4 giugno Norton e Sommervell fecero un secondo tentativo, senza ossigeno e dopo il ritiro di Sommervell, Norton riuscì ad arrivare da solo fino a 8573 metri di altitudine. L’8 giugno ci fu il leggendario e drammatico tentativo di Mallory e Irvine, con l’ossigeno. Durante la loro ascesa la montagna fu avvolta dalla nebbia e qualche ora dopo mentre la foschia si diradava, solo per pochi istanti, il loro compagno Odell riuscì a scorgerli non distanti dalla vetta. Da quel momento, nessuno li rivide mai più[7].

L’Everest e gli Sherpa
Le prime nove esplorazioni dell’Everest partirono da Darjeeling, in India, per poi arrivare in Tibet, visto che il Nepal rimase chiuso agli stranieri fino al 1949. A Darjeeling erano immigrati dal Nepal numerosi sherpa, che tra i colonialisti britannici si erano costruiti una fama di lavoratori affabili e intelligenti, e in più vivevano da generazioni in villaggi in alta quota. In occasione della spedizione britannica del 1921, il medico scozzese Alexander Mitchell Kellas propose l’uso degli sherpa come aiutanti nelle spedizioni sull’Everest; Kellas, nel corso delle sue precedenti esplorazioni dei monti dell’Himalaya, rimase colpito dalla resistenza alle alte quote dei suoi portatori di etnia sherpa. Dietro sua raccomandazione, la spedizione del 1921 ne assunse un discreto numero e da allora questa pratica fu seguita in pressoché tutte le spedizioni successive, nonostante per i primi trent’anni non siano passate attraverso il Nepal.

Eric Shipton, l’esploratore dell’Everest

L’alpinista britannico Eric Shipton (1907 – 1977)  è stato uno dei più grandi scalatori ed esploratori dell’Everest, pur senza mai arrivare in cima. Dagli anni ’30 agli anni ’60 del ventesimo secolo ha esplorato e scalato montagne himalayane e nel 1931 fu il primo a raggiungere la vetta del Kāmet (7816 metri), in una spedizione britannica che includeva anche Frank Smythe, R.L. Holdsworth e Lewa Sherpa. Partecipò alle quattro spedizioni britanniche sull’Everest degli anni ’30, inclusa quella di ricognizione del 1935, da lui stesso guidata e cui partecipò un poco più che ventenne Tenzing Norgay, che 18 anni dopo avrebbe raggiunto al vetta insieme a Edmund Hillary.

Eric Shipton, uno dei più grandi esploratori e scalatori dell'Everest
Eric Shipton nel 1936, al centro della foto

Sostenitore delle spedizioni piccole e low-cost, Shipton entrò spesso in conflitto con il Mount Everest Committee di Londra, ma nonostante questo gli fu affidata la leadership della già citata spedizione del 1935, e di quella del 1951, anche questa di ricognizione. La spedizione del 1951, che vide Edmund Hillary tra i partecipanti, esplorò il lato sud dell’Everest (il Nepal aveva riaperto i confini nel 1949) e localizzò i vari possibili percorsi verso la vetta e individuò l’unica via realmente fattibile. Quella stessa via fu usata dalla spedizione svizzera del 1952 e da quella britannica del 1953, il cui comando fu affidato al colonnello John Hunt. La spedizione che vide arrivare alla vetta Hillary e Tenzing comportò una vasto spiegamento di mezzi ed è forse per questo che Shipton fu scartato per la leadership, probabilmente il suo più grande rammarico.

Eric Shipton è forse l’uomo che più di ogni altro ha esplorato la montagna e ha indicato la via agli altri per la conquista dell’Everest.

Junko Tabei

L’alpinista giapponese Junko Tabei (1939 – 2016) è stata la prima donna a scalare la vetta del monte Everest, divenendo con le sue imprese una leggenda dell’alpinismo femminile. Nata a Miharu, una cittadina della prefettura di Fukushima situata in una zona collinare, si appassionò alla montagna all’età di dieci anni, durante un’escursione scolastica al monte Nasu. La famiglia non aveva abbastanza denaro per assecondare la sua passione e durante gli anni scolastici riuscì arrampicare solo poche volte. Dopo l’università praticò l’alpinismo in maniera intensiva, scalò le principali montagne del Giappone e nel 1970 conquistò l’Annapurna III (Nepal, 7555 metri).

Junko Tabei, la prima donna a raggiungere la vetta dell'Everest
Junko Tabei nel 1985, a destra nella foto – Jaan Künnap / CC BY-SA

Nel 1975, con altre donne del club di alpinismo Joshi-Tohan, da lei stessa fondato, Junko Tabei tentò l’assalto all’Everest. Il 4 maggio una valanga colpì il campo base dove si trovava la sua squadra, sommergendo la stessa Tabei, che perse conoscenza. Per fortuna non ci furono vittime e l’alpinista giapponese fu salvata da una delle guide sherpa. La valanga non fermò i sogni di Junko Tabei. Le occorsero alcuni giorni per recuperare le forze, per poi dare l’assalto alla vetta con lo sherpa Ang Tsering e raggiungere quota 8848 il 16 maggio 1975. Nella sua carriera di alpinista, Junko Tabei fu anche la prima donna a completare le Seven Summits, le montagne più alte di ciascuno dei sette continenti.

In quanti hanno scalato l’Everest?
Gli scalatori dell’Everest che hanno fatto la storia si contano sulle dita di una mano, al massimo due. Ogni anno però vengono organizzate spedizioni sul tetto del mondo e il numero delle persone che hanno raggiunto la vetta cresce continuamente. Ad aprile 2021, sono 5788 le persone che hanno raggiunto la vetta dell’Everest; tra queste, una parte ha compiuto l’impresa più volte. In totale, le spedizioni sono state 10533 (dati aggiornati al 27/07/2021, fonte Himalayan Database) e in totale vi sono morte 308 persone (dati aggiornati al 27/07/2021, fonte Wikipedia).

Yuichiro Miura

È giapponese lo scalatore più anziano dell’Everest. Yūichirō Miura, nato nel 1932 ad Aomori (nord del Giappone) nel 2003, all’età di 70 anni e 222 giorni, divenne il più anziano scalatore dell’Everest. Il suo record venne battuto nel 2006 dopo dal connazionale Takao Arayama, che mise piede sulla più alta vetta del pianeta a 70 anni e 225 giorni. In quello stesso anno Miura si sottopose a un’operazione chirurgica per curare un’aritmia cardiaca, cui seguì una successiva operazione nel 2007. Questo non fermò l’alpinista giapponese, che nel 2008 rientrò di nuovo nel libro dei record, raggiungendo la vetta dell’Everest nel 2008, a 75 anni e 225 giorni.

Yuichiro Miura, il più anziano scalatore dell'Everest
Yuichiro Miura, il più anziano scalatore dell’Everest – Foto di Archives New Zealand CC BY 2.0

Il suo record durò pochissimo, visto che lo stesso anno il nepalese Min Bahadur Sherchan scalò la montagna all’età di 76 anni e 340 giorni. Forse fu lo stimolo per fargli preparare un’impresa ancora più grande: nel 2013, a 80 anni e 223 giorni, riuscì di nuovo a conquistare la vetta dell’Everest e un nuovo record, al momento imbattuto.

Kami Rita

Ci sono record che passano in sordina, forse perché non riguardano gli occidentali. Se guardiamo la lista di coloro che hanno conquistato più volte la cima dell’Everest, ai primi dieci posti ci sono scalatori di nazionalità nepalese. Il recordman al momento è Kami Rita, che dal 1994 a oggi ha partecipato a numerose spedizioni e ha raggiunto la vetta per ben 24 volte. Nel 2017 ha eguagliato il record di 21 ascese che apparteneva ad Apa Sherpa e Phurba Tashi, mentre l’anno seguente arrivò a quota 22, fino a raggiungere le 24 scalate nel 2019. Ai media ha dichiarato che si ritirerà una volta raggiunta quota 25[8].

Kami Rita, lo sherpa che ha scalato l'Everest 24 volte
Kami Rita, lo sherpa che ha scalato l’Everest 24 volte – Foto di Vlvescovo CC BY-SA 4.0

Bear Grylls

L’alpinista e conduttore televisivo Bear Grylls non ha certo bisogno di presentazioni. Noto al grande pubblico, forse non tutti sanno che nel 1998 partecipò a una spedizione sull’Everest diventando, all’età di 23 anni, il più giovane britannico a raggiungere la vetta più alta del pianeta. Questo nonostante nel 1996 avesse avuto un incidente paracadutistico che lo costrinse a dodici mesi di riabilitazione, che non gli impedì di realizzare il suo sogno d’infanzia, scalare l’Everest. Bear Grylls è stato all’epoca il più giovane scalatore britannico, lontano tuttavia dal successivo record assoluto di precocità appartenente a Jordan Romero, che nel 2010 mise piede sulla vetta a soli 13 anni, 10 mesi e 10 giorni.

Bear Grylls sull’Everest nel 1998 – Foto di pubblico dominio

I primi 10 scalatori dell’Everest

OrdineScalatoreNazioneData
1Edmund HillaryNuova Zelanda29 maggio 1953
2Tenzing NorgayNepal29 maggio 1953
3Ernst SchmiedSvizzera23 maggio 1956
4Jurg MarmetSvizzera23 maggio 1956
5Dölf ReistSvizzera24 maggio 1956
6Hans Rudolf von GuntenSvizzera24 maggio 1956
7Wang Fu-chouCina25 maggio 1960
8GongbuCina25 maggio 1960
9Chu Ying-huaCina25 maggio 1960
10Jim WhittakerStati Uniti1 maggio 1963
I primi 10 scalatori dell'Everest, in ordine temporale

Note

1 Al link seguente trovate il dato costantemente aggiornato: https://haexpeditions.com/advice/list-of-mount-everest-climbers/

2 Più correttamente oggi si indica come terzo polo la regione che comprende le catene dell’Himalaya, del Karakorum e dell’Hindu Kush, la terza più grande riserva mondiale di neve e ghiaccio, dopo Antartide e Artide.

3 Oggi il percorso di trekking parte dall’aeroporto di Lukla, ma in passato non era così facile. Ad esempio nel 1963, la spedizione di Tom Hornbein aveva cominciato la marcia verso l’Everest da Banepa, a circa 16 kilometri da Kathmandu; in tutto, ci vollero 31 giorni di cammino per raggiungere il campo base sud (versante nepalese).

4 Lo Hillary Step non esiste più, crollato in seguito al terremoto dell’aprile del 2015, che causò 17 morti al campo base nepalese in seguito alla valanga, e oltre 8000 morti in tutto il Nepal. Per approfondire: https://it.wikipedia.org/wiki/Terremoto_del_Nepal_del_25_aprile_2015

5 J. Krakauer, Aria sottile, TEA, 2007, pagina 336.

6 https://www.nytimes.com/1923/03/18/archives/climbing-mount-everest-is-work-for-supermen-a-member-of-former.html

7 Il corpo di Mallory fu ritrovato nel 1999 dalla Mallory and Irvine Research Expedition.

8 Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Kami_Rita

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