Eremo di Poggio Conte e romitori rupestri della valle del Fiora

Il luogo si presta bene all’esplorazione, a camminate per nulla impegnative che costeggiano il fiume Fiora e i suoi affluenti; attraverso boschi di querce e superando forre e dirupi tufacei dove l’azione dell’acqua e del tempo hanno modellato il territorio calcareo in grotte e caverne. In questo contesto naturale, selvaggio e rigoglioso, si trova l’eremo di Poggio Conte e, poco distanti, gli altri romitori rupestri della valle del Fiora: Ripatonna Cicognina e il complesso rupestre di Santa Lucia.

Paesaggio della valle del Fiora nei pressi dell’eremo di Poggio Conte
Paesaggio della valle del Fiora nei pressi dell’eremo di Poggio Conte – © Foto di Michele Guerrini

I vari insediamenti ipogei utilizzati fin dal tempo degli Etruschi, come luoghi di culto e funerari, sono stati oggetto di una presenza antropica proseguita nel corso del Medioevo fino al XVIII secolo. L’area in cui sorge l’eremo di Poggio Conte si presenta oggi in posizione defilata rispetto ai maggiori flussi turistici che invadono, una quarantina di chilometri a ovest, le coste tirreniche dell’Argentario. La via Clodia, arteria minore tra le più famose via Aurelia e via Cassia, passava da queste parti, consentendo a merci e persone di viaggiare dalla capitale a Saturnia e più a nord fino a Roselle. Una strada di collegamento conosciuta anche come via delle terme e la cui origine è con tutta probabilità etrusca; poi riadattata in epoca romana (225 a. C.) con una pavimentazione in pietra e l’installazione, lungo il percorso, di stazioni di posta (mansiones).

Mappa della Via Clodia, che passava nei pressi dell'Eremo di Poggio Conte
Mappa della Via Clodia, che passava nei pressi dell’Eremo di Poggio Conte – EH101 / CC BY-SA

L’eremo di Poggio Conte e gli altri romitori rupestri della valle del Fiora nascono e si sviluppano in questo territorio selvaggio dove l’acqua ha scavato naturalmente la roccia calcarea e dove il tufo può essere modellato con facilità, in foggia di nicchie e abitazioni, cappelle, colonne e strade come le famose vie cave di epoca etrusca. La presenza di monaci ed eremiti presso l’eremo di Poggio Conte (X-XIII secolo) si colloca in un contesto politico e spirituale che vede nel ritorno ai dettami evangelici un recupero del messaggio originario di Cristo e in un eremitaggio silvestre, il ritorno a un’esistenza più autentica: in comunione con lo spirito e la natura.


Scegliere di visitare questi luoghi significa anche, con le debite proporzioni, recuperare in una certa misura l’intenzione originaria degli eremiti che hanno vissuto presso l’eremo di Poggio Conte; ma anche, molto banalmente , seguire percorsi turistici meno conosciuti e addentrarsi, per poche ore, in una terra incognita.

Eremo di Poggio Conte

Le informazioni storiche e archivistiche sull’eremo di Poggio Conte sono davvero poche. Spiace per gli appassionati di storia e archeologia e a chiunque piaccia documentarsi un poco prima di visitare una destinazione.

Per quanto scarse siano le fonti, esistono alcuni punti certi da cui partire prima di mettersi in viaggio verso l’eremo di Poggio Conte. Vale la pena dedicare qualche ora al Museo Civico “Pietro e Turiddo Lotti” di Ischia di Castro, dove sono conservati sei, dei tredici pannelli raffiguranti gli Apostoli, trafugati negli anni Sessanta dalle pareti dell’eremo. In questo modo avrete la possibilità di ammirare la raffinatezza dei colori e l’abilità degli artisti impegnati nella realizzazione degli affreschi. Una deviazione museale possibile, ma non di certo necessaria per apprezzare con sorpresa e curiosità una destinazione tanto insolita, quanto lo è l’eremo di Poggio Conte.

In alternativa potete fare riferimento a Insediamenti religiosi nella Tuscia[1], scritto da Joselita Serra Raspi in cui l’autrice descrive con dovizia di dettagli e particolari l’interno dell’eremo e i dettagli iconografici presenti. Nelle note finali trovate i link per accedere alle pagine del testo.


Dal punto di vista architettonico l’eremo di Poggio Conte dimostra una notevole abilità artistica e scultorea e una padronanza dei mezzi espressivi che richiamano in maniera evidente la cultura francese del XIII secolo. Ne è una testimonianza il motivo floreale presente sulla volta della prima camera, così come la planimetria. Quest’ultima influenzata dall’architettura cistercense con la pianta che obbedisce ad una rigorosa impostazione geometrica che si svolge nell’articolazione su due direttrici e due cerchi simmetrici[2]. Altri particolari, come i capitelli cubici, il disegno floreale a rilievo sulla volta della prima camera o l’abside della seconda stanza sono descritti dalla Raspi con professionale precisione, anche se, a dirla tutta, con un linguaggio un po’ criptico.

L’eremo di Poggio Conte visto dal sentiero di accesso
L’eremo di Poggio Conte visto dal sentiero di accesso – © Foto di Michele Guerrini

Tra i romitori della valle del Fiora l’eremo di Poggio Conte dimostra essere l’espressione rupestre più matura della zona[3], abbellito con i raffinati dettagli artistici, ancora oggi visibili, nel corso del XIII secolo.

Ma la storia dell’eremo di Poggio Conte è più antica di almeno duecento anni, visto che la prima testimonianza del romitorio compare in un documento del 1027[4]. Con tutta probabilità sia l’eremo di Poggio Conte che il vicino romitorio di Ripatonna Cicognina dipendevano dalla vicina abbazia di San Colombano situata nel territorio di Ischia di Castro e la cui fondazione risale perlomeno al IX secolo. Una scelta di vita monastica che indusse gli eremiti di Poggio Conte a ritirarsi in questo luogo secondo il modello di vita dettato da San Colombano, intransigente eremita irlandese poco incline ai compromessi e votato alla spiritualità; in aperta contraddizione con l’opulenza e la mondanità del clero di Roma.


Oggi dell’antica abbazia non restano tracce, da qui il riferimento all’eremo di Poggio Conte come eremo di San Colombano.

Eremo di Poggio Conte: immagine della prima e seconda camera con in fondo l’altare
Immagine della prima e seconda camera con in fondo l’altare – © Foto di Michele Guerrini

Alcuni studiosi hanno inoltre ipotizzato un collegamento tra i motivi artistici presenti nelle camere dell’eremo di Poggio Conte e il simbolismo templare. Ipotesi affascinante suggerita dalla presenza degli affreschi floreali, alcuni dei quali richiamano in maniera più o meno esplicita motivi sessuali, così come un triangolo con il vertice rivolto verso il basso presente su di un pilastro e una cornice[5]. Quello che è certo è che l’eremo di Poggio Conte è il risultato di una sovrapposizione di strati culturali che iniziano in epoca etrusca e proseguono ancora oggi. Lungo la salita di accesso all’eremo, sul costone tufaceo, si trovano infatti due piccole tombe a camera (epoca etrusca) con ancora individuabile il gradino di accesso e che, con tutta probabilità, dovevano un tempo fare parte di un più ampio complesso.

Interno dell’eremo di Poggio Conte con particolare di una colonna
Interno dell’eremo con particolare di una colonna – © Foto di Michele Guerrini

L’abilità degli etruschi nello scovare luoghi che farebbero venire un collasso nervoso a un travel blogger si dimostra una volta di più quando superiamo la passerella in legno che conduce alla radura dove si trova l’eremo di Poggio Conte. Un anfiteatro naturale coperto da una fitta e rigogliosa vegetazione, alimentata dalla acque del vicino Fiora. In alto, scavato nella parete rocciosa, l’entrata del romitorio, alla nostra destra una singolarissima formazione rocciosa, proprio al di sotto di una cascata. Che gli etruschi non abbiano scelto a caso questo luogo è ben evidente dalla presenza di acqua che scorre, con il vicino fiume e la cascata: elementi ricorrenti nella spiritualità etrusca. E che altri dopo di loro abbiano scelto questi stessi luoghi per ritirarsi dal mondo sembra unire le antiche divinità pagane a una spiritualità cristiana più intima e in contatto con la natura.

E infine che oggi molti di noi scelgano di trascorrere qualche ora presso l’eremo di Poggio Conte e nei boschi della valle del Fiora, mi sembra il modo migliore per mantenere vivi questi luoghi.

Il masso piramidale e la cascata vicino all’eremo di Poggio Conte
Il masso piramidale e la cascata vicino all’eremo – © Foto di Michele Guerrini

Come arrivare all’eremo di Poggio Conte

Il percorso a piedi per raggiungere l’eremo di Poggio Conte inizia dal parcheggio lungo la SP 109 a circa 20 Km da Ischia di Castro. Più che un parcheggio è un bivio sterrato che conduce ad alcune abitazioni rurali. A questo link potete vedere un’immagine (Street View) dell’area in cui lasciare l’auto, essenziale per arrivare fin qui. I mezzi pubblici sono infatti scarsi e dagli imperscrutabili orari.

Un ponte in legno conduce alla radura dove si trova l’eremo di Poggio Conte
Un ponte in legno conduce alla radura dove si trova l’eremo – © Foto di Michele Guerrini

L’itinerario a piedi è in discesa nella prima parte e continua in piano lungo il corso del fiume Fiora (alla vostra destra). Si prosegue così lungo campi aperti percorrendo un sentiero ben segnalato che conduce al bosco di querce dove si trova un ponte in legno che ci consente di superare un piccolo ruscello. Da qui il sentiero penetra nel bosco e l’atmosfera cambia repentinamente. L’aria si fa più umida, si sente lo scroscio della cascata e il percorso compie una dolce salita e qualche curva fino all’entrata nella radura. Da questo punto in poi la magia è assicurata.

Romitori rupestri della valle del Fiora

Nella mappa in basso potete vedere la collocazione degli altri romitori rupestri presenti nella valle del Fiora. Alcuni di notevole complessità architettonica, disposti su più livelli e comprendenti chiese scavate nella roccia e abitazioni per i monaci: come quello di Ripatonna Cicognina. Altri presentano caratteristiche più essenziali, il complesso rupestre di Santa Lucia, ma con elementi figurativi particolarmente suggestivi e misteriosi.

Ripatonna Cicognina

Per le notizie storiche e archeologiche relative al romitorio rupestre di Ripatonna Cicognina ricorro ancora una volta al testo Insediamenti religiosi nella Tuscia di Joselita Serra Raspi che colloca il complesso di camere ed edifici scavati nella roccia come parte di una rete di monasteri di cui oggi non resta più traccia. Nell’attraversare i vari ambienti c’è da fare un po’ di attenzione, visto che il terreno tende a franare e le volte, così come le mura perimetrali, si presentano in notevole stato di abbandono. Ogni ambiente del complesso rupestre di Ripatonna presenta una planimetria differente con scale di collegamento, disimpegni, ballatoi e finestre ognuno modellato nella roccia tufacea. Su di una parete del quinto ambiente procedendo da ovest verso est compare una data, 1614[6], che conferma la frequentazione del monastero fino a un’epoca tarda. Con tutta probabilità Ripatonna Cicognina fu abitato già dal XV secolo da una folta comunità di monaci. L’impressione, una volta saliti fino al romitorio di Ripatonna, è quella di trovarsi in un’architettura escheriana dove ogni elemento in pietra si collega all’altro seguendo traiettorie e percorrendo spazi di cui oggi in parte si rivela complicato comprendere la funzione. Per questo rimando, chiunque voglia approfondire le tematiche storiche e architettoniche del romitorio, al saggio della Raspi.

Complesso rupestre di Santa Lucia

Un luogo certamente meno complesso e articolato rispetto al romitorio di Ripatonna, ma che presenta elementi di suggestione come alcune figure incise nella roccia. Difficile attribuirne un’identificazione certa, alcuni hanno ipotizzato Adamo ed Eva, per le due figure maschili e femminili; la più grande e minacciosa, sormontata da una sorta di copricapo, potrebbe essere un demone. Il complesso rupestre di Santa Lucia, datato tra l’VIII e il IX secolo potrebbe aver avuto un’iniziale funzione cimiteriale, poi abbandonata in funzione di un suo utilizzo a carattere religioso. Quest’ultima ipotesi è confermata dalla presenza, in un vicino vano quadrangolare, di un’incisione con due croci latine e di elementi curvilinei che suggeriscono una loro possibile interpretazione con il monte Golgota[7]. Un mare di se a cui è estremamente difficile fornire risposte certe.

Note

1 J. Serra Raspi, Insediamenti religiosi nella Tuscia, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age,Temps modernes, tome 88, n°1. 1976. pp. 27-156, da https://www.persee.fr/doc/mefr_02235110_1976_num_88_1_2344

2 J. Serra Raspi, Insediamenti religiosi nella Tuscia, p. 141.

3 J. Serra Raspi, Insediamenti religiosi nella Tuscia, p. 140.

4 S. Bassetti, I Templari della Tuscia Suburbicaria, p. 311 da Google Books link qui

5 Eremo di San Colombano, Tages, 12 giugno 2020, da http://www.tages.eu/eremo-di-san-colombano/

6 J. Serra Raspi, Insediamenti religiosi nella Tuscia, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age,Temps modernes, tome 88, n°1. 1976. p. 150, da https://www.persee.fr/doc/mefr_02235110_1976_num_88_1_2344

7 J. Serra Raspi, Insediamenti religiosi nella Tuscia, p. 93.

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